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venerdì 4 maggio 2012

PRIVATIZZAZIONI -ATTO FINALE DELLA CRISI -

Questa crisi non è il regno dell’ignoto. E’ il copione già scritto con un finale già noto.  La storia di un Paese dall’anima smarrita che nella corruzione e nell’autoinganno  ha dissipato il benessere di cui ha goduto. Che si appresta adesso a mettere in scena l’ultimo atto, quello in cui giocando l’ultima carta che gli resta, consegnerà de facto i suoi cittadini a un lungo periodo di povertà e sottosviluppo, certamente oscuro.

Privatizzazioni e dismissioni. Sono le due parole che tra qualche tempo, dopo la ribalta dello spread, della crescita e della spending review, saliranno sul trono della comunicazione  mediatica, riempiendo lo squallido dibattito di una nazione che si dimena invano nelle pastoie di una crisi di cui non riesce a trovare il filo.
Erano state tirate in ballo già negli anni 90. Allora come oggi saranno l’atto conclusivo e “necessario” , per forza predatorio, ultima spiaggia di un debito pubblico fuori controllo. Con una grande differenza, tuttavia.
I vecchi protagonisti di quegli anni, saranno sostituiti dai nuovi e più pericolosi attori: i cosiddetti re dei mercati globali. Tra loro i fondi sovrani cinesi, primi fra tutti.

PRIVATIZZAZIONI ANNI 90
Per un’idea di come sono avvenute le privatizzazioni in Italia in quegli anni, basta osservare i casi di Telecom o Autostrade.
Entrambe società dotate di infrastrutture (la rete telefonica  e quella autostradale) la cui realizzazione aveva richiesto l’impiego di ingentissime risorse, grandi investimenti che solo uno Stato con un lunghissimo orizzonte temporale può pianificare, ricorrendo anche al debito. Debito positivo, destinato a infrastrutture importanti che nel tempo favoriscono lo sviluppo economico.
Così ce le descrive Nino Lo Bianco, uno dei consulenti d’impresa più famosi d’Italia, nel suo libro “Volevo fare il consulente”, edito dal Sole 24ore:
“la Fiat che, con appena lo 0,60% del capitale, si ritrovò sul ponte di comando della Telecom da dove uscì poco dopo con una plusvalenza miliardaria … poi ha continuato a essere comprata e venduta, da Roberto Colaninno e Marco Tronchetti Provera, fino a Telco, sempre e solo attraverso la leva del debito. Con un bilancio disastroso, se lo misuriamo con il parametro degli interessi nazionali: mentre in Paesi europei come Francia, Germania e Spagna, nella telefonia, si sono costruiti dei campioni internazionali in grado di essere competitivi sui mercati e di produrre dividendi eccellenti, in Italia la navicella Telecom arranca nel mare aperto della telefonia in continua evoluzione”.

Vere e proprie operazioni speculative realizzate senza mezzi propri, lucrando sul valore di opere precedentemente  compiute con i soldi dei contribuenti, con la connivenza dello stesso Stato e delle banche che hanno finanziato le operazioni.
Il caso Autostrade è sotto gli occhi di tutti con un monopolista privato e le tariffe più care d’Europa.

LE PROSSIME PRIVATIZZAZIONI
Data la drammatica situazione delle nostre banche, questa volta le privatizzazioni e le dismissioni del patrimonio dello Stato non potranno prescindere dai grandi soggetti finanziari globali, ricchi di liquidità, pronti a rilevare quanto di meglio sul mercato.
Sono stati numerosi in questi mesi gli incontri del Presidente del Consiglio con esponenti delle varie comunità finanziarie in giro per il mondo e uno merita un'attenzione particolare.

China investment corporation (Cic)
Il 26 aprile scorso, poco tempo dopo la visita di Monti,  il viceministro dell’economia Grilli era in Cina. Dopo aver incontrato il Presidente della Banca centrale cinese, ha avuto un colloquio con Gao Xing Qing, futuro numero uno del fondo sovrano China investment corporation (Cic), durante il quale, dopo aver illustrato e lodato le riforme intraprese in Italia dal Governo, sollecitando l’acquisto dei nostri Btp, si è sentito rispondere, senza giri di parole, che la Cina non intende investire in titoli di Stato periferici e poco liquidi dell'eurozona, ma preferisce le attività produttive, quelle legate al tessuto industriale, le partecipazioni azionarie in società dell’energia e della tecnologia verde. In ogni caso, per il momento attendono l’esito delle elezioni presidenziali francesi prima di agire.
Il China investment corporation con 332 miliardi di dollari è il più grosso dei quattro fondi sovrani cinesi e possiede una partecipazione azionaria in Morgan Stanley che a sua volta controlla due delle tre maggiori agenzie di rating: Standard & Poor’s e Moody’s.

Neanche tanto velate le intenzioni dei cinesi, decisi a entrare in Eni, Enel, Finmeccanica e nei migliori assets dell'economia italiana.
A privatizzazioni concluse, quando lo Stato, già privo della sovranità monetaria, sarà ridotto a una scatola vuota, ci saranno le elezioni.
                                                      Enzo Picard

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